Sara: “Mi hanno violentata con un fucile”. Lo stupro come arma di guerra in Sud Sudan

Quasi 2.300 casi in un solo anno. Anzi, per l’esattezza, nel 2017 le violenze di genere sono state 2.297, il 13% dei quali stupri. È questo il dato più recente riguardo un fenomeno terribile che da anni coinvolge il Sud Sudan, il Paese più giovane del mondo nel quale, nonostante sulla carta sia stato firmato un accordo di pace nell’estate del 2018, ancora oggi il clima è tutt’altro che sereno. In Sud Sudan, dopo l’indipendenza arrivata nel 2011, migliaia di persone continuano a morire a causa dei conflitti tra gruppi etnici rivali e a causa delle malattie. Ma come se non bastasse, nel giovanissimo Stato della sub regione orientale del continente africano, ci sono altre due piaghe che rendono davvero impossibile la vita da quelle parti. Ogni giorno, infatti, centinaia di bambini sono costretti ad impugnare delle armi e a combattere insieme alle fazioni che danni si contendono il potere, mentre per donne e bambine la paura più grande è quella di subire violenze sessuali di gruppo da parte dei militari.

Nel Paese quello della violenza contro donne e bambine è in realtà stato sempre un problema concreto, ma negli anni di conflitto tra gruppi etnici “si è enormemente aggravato”. A ricordarlo, a fine 2018, è stato il ministro del benessere del Sud Sudan, trovando conferme poco dopo anche dalla commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha denunciando più volte come nel Paese lo stupro venga usato come arma dalle diverse forze combattenti. Uno degli ultimi episodi è avvenuto lo scorso dicembre nella zona di Bentiu, a nord del Sud Sudan: in dieci giorni sono state aggredite, picchiate e violentate 125 donne e bambine anche con meno di dieci anni. La denuncia è arrivata direttamente da Medici Senza Frontiere.

“Sono entrati in casa, hanno prima legato e tirato il pene di mio marito con una corda e poi hanno abusato di me con i loro fucili” racconta Sara, 41 anni, originaria di Pajok. Da quell’inferno è fortunatamente riuscita a fuggire e oggi è accolta nel campo profughi di Palabek, in Uganda. Ma il ricordo terribile della violenza subita è praticamente impossibile da cancellare. Per lei e per tante altre. Come Louise, 19 anni, violentata e poi abbandonata per strada da sei militari. “Qualche volta ripenso a quello che mi è successo, anche perché dopo mi sono ammalata di candida –racconta-. Ed ho anche un cancro al sangue. Ogni giorno vado a fare le cure qui nel campo e lì vicino vedo sempre degli uomini. Tutte le volte che li guardo penso: ecco, adesso succederà di nuovo. Questa è la mia paura”.

“I soldati mi hanno accerchiata e poi mi hanno violentata. Erano davvero in tanti –dice infine Helen, 28 anni-. Dopo mi hanno portato in una specie di lager, volevano uccidermi, ma io sono riuscita a scappare insieme ad altra gente. Perché proprio a me? In realtà non sono riuscita neanche a chiedermelo –conclude-. Ho soltanto subito la violenza e poi ho cercato di salvarmi”.

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