Gianfranco Vissani brutto show in diretta: «Uccido gli agnelli a mani nude»

Che tristezza vedere un omone come Gianfranco Vissani, chef, anzi, “cuoco” come giustamente preferisce definirsi (considerato che oggi persino nella trattoria più pestilenziale vedrete uscire dalle cucine un novellino tatuato, incapace di bollire un uovo, che si auto definisce “chef”), infierire contro gli agnellini pasquali, ridendo e annaspando nel tentativo di far passare la cosa come insignificante di fronte alle domande e alle proteste di Geppi Cucciari e Giorgio Lauro, i conduttori di “Un giorno da pecora”, il popolare programma su Rai Radio 1 in onda dal lunedì al venerdì dalle 13.30 alle 15. Con una flemma conquistata evidentemente in anni di esperienza, ha raccontato che uccide personalmente gli agnellini con «un colpo netto, al cuore, per far scolare più sangue possibile, perché la carne deve rimanere bianca», e che li sceglie «molto piccoli, perché hanno la carne più saporita ». Non un momento di imbarazzo, non un istante di dispiacere per le sofferenze di quelle vittime sacrificali sull’altare della cucina stellata.

SCONCERTO La Cucciari non sappiamo se fosse più sconcertata o disgustata, ma si è destreggiata giocando di fioretto con il grande cuoco che accusava il colpo e tentava, senza riuscirvi, di rispondere alle sue punzecchiature, e intanto scantonava parlando di macellazione koshere dei riti culinari dei nostri avi, i quali, certo, non avevano le nostre delicatezze quando c’era da tirare il collo a una gallina odi sgozzare un coniglio, ma erano pure altri luoghi, altri tempi: da allora qualche passo avanti nella sensibilizzazione verso gli animali s’è fatto, ma evidentemente Vissani non vuole saperne.

Nemmeno quando Lauro, con la durezza di un procuratore inflessibile, gli ha chiesto a brutto muso: «ma non si sente un po’un assassino? », Vissani ha ritenuto di fare una minima ritrattazione per il suo atteggiamento spietato, perlomeno rendendosi conto che il suo entrare nel dettaglio dell’uccisione dell’agnellino inerme, con «un piccolo coltello » che deve assicurare il perfetto dissanguamento, attraverso un colpo secco che il cuoco ha ribadito di aver portato personalmente più volte con le sue mani, era un racconto che aveva qualcosa di terribile.

ALLEGRO E SCHERZOSO Egli, cercando di apparire leggero e allegro, scherzoso e ironico, non si è affatto reso conto della gravità delle sue parole, dalle quali non emergeva alcuna emozione, poiché pareva che stesse parlando non di uccidere un essere vivente ma fare una passeggiata e, piuttosto, sconcertava come la sua empatia verso gli animali apparisse completamente azzerata, quasi questi fossero nient’altro che materie prime per deliziare palati desiderosi di prelibatezze. Probabilmente l’abitudine a trafiggere agnellini ha reso ottusa la sua sensibilità verso le loro sofferenze.

Come si è capito anche quando, con grande nonchalance, ha spiegato che ai maialini, invece, si legano le gambe posteriori per evitare che diano noie al momento della mattanza. Vorremmo dire al cuoco Vissani che ostentare ferocia, o anche solo assoluta e gelida indifferenza, mentre si racconta che si scelgono gli agnellini «più piccoli perché sono più saporiti» e che li si uccide con un colpo di grazia al cuore, e li si svuota di tutto il loro sangue, è un grave errore. Tutti noi sappiamo che la civiltà, soprattutto quella la più raffinata, si regge anche su azioni orrende, ma non è certo una buona ragione per parlarne con divertita e fredda crudeltà. Uccidere un agnellino a scopo culinario o rituale non è certo un assassinio, ma non è nemmeno equivalente a fare una passeggiata primaverile in un bosco.

PRIMITIVO C’è in quell’operazione un elemento primitivo, tragico, legato anticamente alla sopravvivenza; però oggi è soprattutto una questione di tradizione e di gusto, cose importanti ma che non meritano tanto accanimento. Non si chiede il vegetarianesimo o il veganismo, mala misura. Bisogna essere consapevoli di tutti i significati di quel che si fa, caro cuoco Vissani. E in certi casi bisogna opporre non diciamo il segreto professionale, ma non apparire così spregiudicati come lei, goffamente, ha tentato di apparire. È un fatto che la sensibilità verso la sofferenza degli animali va sempre più maturando e crescerà anche in futuro. Bisogna che i carnivori, e pure i cuochi, imparino, gradualmente, a diventare uomini del nostro tempo e non di quello dei nostri avi nelle campagne che, incolpevoli, sgozzavano e trafiggevano perché era la dura necessità alimentare a imporglielo.

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