Alzheimer, è una delle malattie neurodegenerative più in crescita, ma non è inevitabile: rallentare il decadimento nervoso è possibile

È vero: l’invecchiamento dei neuroni ci spaventa. Tremiamo all’idea di ritrovarci il cervello annebbiato, di dimenticare chi siamo, di non riuscire a esprimere a parole quel che agita il nostro cuore o alberga nei nostri pensieri. Ci terrorizza l’idea di perdere i ricordi, di non poter più rivivere le corse da bambini, il primo bacio, la nascita di un figlio, le nuotate nel mare…

Tutto ciò può succedere, perché il nostro cervello purtroppo non è immune dai disturbi. Lo spettro che si aggira per l’Europa, e il mondo occidentale in genere, da qualche anno si chiama Alzheimer. È una delle malattie neurodegenerative in crescita. I motivi sono diversi. Il primo è l’aumento dell’aspettativa di vita; l’uomo è passato dai 35 anni di età media dell’era preindustriale ai 75 di oggi (che diventano 80 in alcuni Paesi, come il nostro). Merito dello stile di vita e dei passi avanti della medicina. Il cervello, però, non si spegne mai.

E se i progressi della farmacologia ci hanno regalato la pasticca per il cuore e la pressione, gli antibiotici, la pillola per il diabete e tutta una serie di farmaci, la nostra centralina pensante non dispone di grandi aiuti farmacologici per contrastare le malattie neurodegenerative, la demenza senile ma anche i normali processi legati all’invecchiamento cerebrale, come la perdita di memoria, di attenzione e di vivacità mentale. Il cervello invecchia più lentamente Ci sono però due buone notizie: la prima è che il cervello invecchia più lentamente del resto del corpo.

Quando passano gli anni i muscoli perdono tono e volume, le gambe sono più lente, ma noi siamo comunque in grado di leggere, ridere e scherzare con gli amici, suonare uno strumento. Ci basta continuare a fare le stesse cose di prima, o ancora meglio qualcosina di più. Perché è vero che il cervello può perdere neuroni, per un ineluttabile decadimento naturale, ma lo fa se glielo permettiamo. E questa è la seconda notizia: possiamo rallentare l’invecchiamento delle cellule nervose tenendole attive; perché solo se sono prive di stimoli si atrofzzano e muoiono, spegnendo l’area cerebrale di cui fanno parte.

I neuroni sono composti da tre parti: il corpo cellulare, l’assone (o neurite) e i dendriti. Il corpo cellulare, o soma, contiene il nucleo, che ospita il progetto genetico che dirige e regola le attività della cellula. I dendriti sono strutture simili a rami che si estendono dal corpo cellulare e raccolgono informazioni da altri neuroni. L’assone è una struttura simile a un cavo elettrico, ricoperto di mielina, che trasmette messaggi ad altri neuroni attraverso le sinapsi, terminali dove arriva e parte il messaggio verso altri neuroni. Come funzionano I neuroni sono sempre in contatto tra loro.

Quando uno riceve segnali da altri neuroni, genera una carica elettrica che viaggia lungo l’assone e rilascia sostanze chimiche, i neurotrasmettitori, attraverso un piccolo spazio, chiamato sinapsi. Come una chiave che si inserisce in una serratura, ciascuna molecola di neurotrasmettitore si lega quindi a specifici recettori del dendrite di un neurone vicino. Questo processo innesca segnali chimici o elettrici che stimolano o inibiscono l’attività nel neurone ricevente. La comunicazione avviene attraverso le reti di cellule cerebrali. Miliardi di collegamenti Le sinapsi, collocate sull’assone dei neuroni, connettono le cellule neuronali tra di loro. Ogni neurone può stabilire da 1.000 a 10.000 connessioni con altri. Moltiplicando per 100 miliardi di neuroni, questo vuol dire che un cervello al 100% delle sue possibilità funzionali potrebbe avere un milione di miliardi di connessioni! Ma, come è noto, noi utilizziamo solo in parte le potenzialità della nostra mente. È importante invece riuscire ad aumentare le nostre connessioni sinaptiche, a qualsiasi età, perché questo – come vedremo – aiuta a costruirci una “riserva” tale da prevenire o da ridurre i danni dovuti all’Alzheimer o ad altri tipi di demenza.

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