Diabete: Oggi, invece, i dolci sono sempre a portata di mano ed è più facile consumare troppi zuccheri

La prima cosa da fare per sconfiggere il diabete? È non parlare di diabete, ma di malato diabetico. Perché è sbagliato ricercare nuove terapie e sperimentare nuovi farmaci, senza capire chi è il soggetto che si ammala di diabete. Bisognerebbe saper leggere i messaggi che lanciano i tessuti: la parola tessuto deriva dal latino textus, testo, libro e il libro va letto». Così, Marilisa Laudadio Spoltore, farmacista, fitoterapeuta e nutrizionista, apre il libro “Come vincere il diabete in maniera naturale” (Edizioni Mondo Nuovo), un testo che disegna il ritratto di una malattia in netta crescita. E che ci racconta cose interessanti, a partire dalle cause alimentari per arrivare alla componente psicosomatica.

Perché ci si ammala di più di diabete?

«Il diabete non è una maledizione divina, che improvvisamente si abbatte sull’uomo. Se ci ammaliamo di più significa che stiamo sbagliando qualcosa. C’è uno stile di vita globalmente non corretto, ma gli errori principali li commettiamo soprattutto a tavola».

In quale modo le nostre abitudini alimentari ci spingono verso il diabete?

«Il nostro apparato digerente è rivestito di una struttura, un insieme di cellule e di sostanze che sono in grado di decodificare quel che mangiamo, e ci permettono di digerirlo. In pratica, dal concepimento e al momento della nascita portiamo in noi un bagaglio di informazioni appartenenti alle sei, sette generazioni precedenti. Ora queste informazioni non ci servono più perché negli ultimi decenni è cambiato il nostro stile di vita e sono mutate le abitudini che caratterizzavano le regioni d’Italia, da nord a sud».

In che senso?

«Facciamo un esempio: fino a 50-60 anni fa nessuno faceva colazione con brioche e cappuccino. I dolci si preparavano in casa in occasione delle feste di carnevale, Pasqua, Natale, eventi tipo nascite o matrimoni. Sicuramente non venivano consumati tutti i giorni, come usiamo fare oggi.

La mattina, per esempio al Sud e in Italia centrale, si mangiava pane e olio d’oliva oppure le uova, rispettando la tradizione contadina, tuttal- più gli allevatori facevano colazione con il latte insieme al pane. In definitiva, gli alimenti base, che facevano parte della nostra civiltà o cultura contadina, montanara o marinara, erano completamente diversi. Mangiavamo meno zuccheri, farine grezze, frutta e verdura, più legumi e meno carne».

E ora che succede?

«Oggi ci siamo convertiti in tantissimi alla colazione dolce: caffè e biscotti, cappuccino e brioche, tè e merendina. In genere sono cibi ricchi di carboidrati e soprattutto di zuccheri. Sono alimenti che il nostro corpo non riconosce e non riesce a decodificare. Finisce quindi che si crea uno stato infiammatorio. Il pancreas memorizza la reazione metabolica e finisce col produrre insulina in eccesso, facendo sballare il metabolismo. Una condizione a cui occorre mettere fine perché a lungo andare può portare a un problema anche serio».

Quindi come bisogna regolarsi?

«L’ideale, a mio avviso, sarebbe partire con una colazione salata: sì al pane o alle gallette (meglio se integrali) e formaggio o ricotta, pane e prosciutto, frittata. Ottime anche una cremina di carciofi o un paté di olive da spalmare. Eviterei latte e dolci che acidificano l’organismo. Per tamponare lo stato di acidosi e ristabilire il normale equilibrio, il nostro corpo libera carbonato di calcio dalle ossa, con indebolimento dello scheletro, dei denti, comparsa di artrite, artrosi, osteoporosi e carie. C’è di più: l’acidosi stimola la produzione dell’ormone IGF1, precursore dell’ormone della crescita, prodotto per riparare la mucosa gastrica irritata dall’eccesso di acido cloridrico; in questo modo però si crea un terreno favorevole alla crescita di tumori».

Quali alimenti evitare?

«In primo luogo lo zucchero. Quello bianco, per esempio, sottoposto a tantissimi processi: viene depurato con calce, trattato con anidride carbonica, acido solforoso, cotto, raffreddato, cristallizzato, centrifugato, filtrato, decolorato con carbone animale e colorato con coloranti (alcuni dei quali derivanti da catrame); e tutto ciò per farlo così bianco e brillante. Lo zucchero crea quei picchi di glicemia che predispongono al diabete e fanno male anche all’intestino. Il problema è che è ovunque: è utilizzato per dolcificare, come conservante (ad esempio nelle marmellate), come correttore di acidità nei sughi o per aiutare la lievitazione di pane e pizza».

Lei parla anche di altre cause del diabete…

«Sì, una è la fame nervosa, che porta ad assumere alimenti, in genere zuccheri, in eccesso. La fame nervosa spesso parte uno squilibrio biochimico-ormonale: una persona sente un forte desiderio e bisogno di cibo e non sa che solo compensando lo squilibrio biochimico, quel desiderio può scomparire o diminuire sensibilmente. Per risolvere la fame nervosa è necessario riequilibrare alcune situazioni. Per esempio, agire su una glicemia non stabile, scatenata da un uso eccessivo di caffè o da una carenza di serotonina».

E come si può rimediare?

«Riequilibrando la flora batterica intestinale o mangiando cibi con un buon contenuto di triptofano (il precursore della serotonina). E poi, bisogna indagare sulle proprie emozioni, cercando di capire cosa ci dice il diabete».

Cosa può dirci il diabete delle nostre emozioni?

«Chi ha problemi con il pancreas spesso ha un pensiero continuo, circolare, quasi un lutto da cui non riesce a uscire. C’è anche la paura di lasciarsi andare, l’incapacità di farsi coinvolgere in un rapporto d’amore. L’amore, in effetti, è qualcosa di dolce, che il corpo non sa gestire nel modo giusto; il soggetto diabetico chiede calma, ha paura, si trattiene, si priva di questa dolcezza e il suo pancreas ne soffre. Dal punto di vista psicosomatico il pancreas è collegato alla milza e quindi viene coinvolto negli shock più gravi, quando ci sentiamo rifiutati, nei lutti, e in generale nelle situazioni in cui la vita non ci soddisfa. Se infatti ci costringiamo a fingere di essere qualcosa di diverso nasce il conflitto interiore. Iniziamo a esercitare una sorta di ipercontrollo, soffocando la nostra creatività e tutto ciò che è spontaneo. In questo modo, stiamo manipolando noi stessi. Il risultato è che una persona si può irrigidire, aumentare la sua ansia. Cerca di mantenere la sua identità/liber- tà per paura di essere coinvolta e manipolata, peggiorando il suo stato già precario che, nel tempo, può sfociare in uno stato prediabetico che se non compreso e risolto porterà ad un diabete conclamato».

Quindi cosa occorre fare?

«La soluzione sta nel vedere la malattia come momento di cambiamento; se è vero che ognuno di noi può creare un sintomo in base al modo di percepire l’ambiente in cui viviamo e ammalarsi, una volta individuata la causa si possono mutare le modalità, cercando di percepire come non ostile il mondo in cui viviamo. Così si può agire anche sul disturbo».

 Zuccheri alternativi? Ce la stevia, priva di calorie

La stevia è una pianta con foglie molto dolci, con principi attivi Leon potere dolcificante da 50 a 250 volte quello del comune zucchero, che non ha alcun impatto sulla glicemia (e non contiene calorie). Può essere utilizzata tranquillamente, conferisce alle bevande un retrogusto di liquirizia. Sì anche al succo d’acero e d’agave, che sono ricchi di oligoelementi, vitamine e polifenoli, potenti antiossidanti. Buono anche il malto d’orzo: ha poche calorie, quasi tutte le vitamine del gruppo B e sali minerali come calcio, ferro, fosforo, potassio, magnesio, rame e selenio.

È anche un efficace depurativo del fegato. Infine c’è la melassa: estratta dalla canna da zucchero, contiene saccarosio, fruttosio, glucosio, acido fosforico, potassio, fibre e principi nutritivi benefici come enzimi, aminoacidi, minerali; è ricchissima di vitamine, soprattutto del gruppo B.

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