Diabete, i primi segnali possono esser scoperti 20 anni prima

I primi segni del diabete di tipo 2 potrebbero essere rilevati già vent’anni prima della diagnosi. Lo rivela uno studio presentato dai ricercatori dell’Aizawa Hospital e della Shinshu University Graduate School of Medicine di Matsumoto (Giappone) durante la Conferenza annuale della European Association for the Study of Diabetes (Easd), che si è svolta dal 1° al 5 ottobre a Berlino (Germania).

Gli scienziati hanno monitorato le condizioni di salute di 27.392 persone non diabetiche dell’età media di 49 anni, dal 2005 al 2016. Durante il periodo di osservazione, 1.067 partecipanti hanno sviluppato il diabete di tipo 2. L’indagine ha permesso di scoprire che l’aumento della glicemia a digiuno, un indice di massa corporea più elevato e una ridotta sensibilità all’insulina erano rilevabili fino a 10 anni prima che i soggetti entrassero nella fase di prediabete – che precede l’insorgenza del diabete di tipo 2 di circa un decennio.

“Dal momento che la stragrande maggioranza delle persone affette da diabete di tipo 2 attraversa lo stadio di prediabete, i nostri risultati suggeriscono che i marcatori metabolici elevati per il diabete sono rilevabili più di 20 anni prima rispetto alla sua diagnosi – afferma Hiroyuki Sagesaka, che ha diretto la ricerca -. Dato che gli studi sulla prevenzione nelle persone con prediabete sembrano avere poco successo nel follow-up a lungo termine, potremmo aver bisogno d’intervenire molto prima della fase di prediabete per prevenire la progressione verso il diabete”.

Gli ultimi studi dimostrano che il colesterolo HDL stimola da una parte le cellule beta a produrre insulina e dall’altra parte tiene sotto controllo la secrezione di glucagone, l’ormone prodotto dalle cellule alfa del pancreas che fa alzare la glicemia ed è spesso troppo elevato nei soggetti con diabete e pre-diabete. Questo studio apre dunque nuove prospettive terapeutiche sia nel diabete di tipo 1 che di tipo 2. Uno dei lavori, firmato da giovani ricercatori italiani, è stato presentato all’Easd grazie a un grant della Società Italiana di Diabetologia SID.

La novità di questo studio è che “per la prima volta è stato dimostrato un ruolo del colesterolo Hdl nel ridurre la secrezione di glucagone che induce iperglicemia. Si aprono dunque – afferma Sesti, anche president della Fondazione Diabete Ricerca – nuove prospettive terapeutiche nel diabete 1 e 2”.

Prospettive terapeutiche. Questo studio apre dunque nuove prospettive terapeutiche sia nel diabete di tipo 1 sia di tipo 2. Il gruppo di ricerca diretto dal professor Giorgio Sesti presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, studiando una coorte di 130 soggetti non diabetici, ha evidenziato una correlazione inversa tra i livelli circolanti di HDL e glucagone.

I risultati ottenuti, spiega la ricercatrice Gaia Mannino dell’Università Magna Graecia, “evidenziano un nuovo ruolo esercitato dal colesterolo Hdl, suggerendo la possibilità che strategie terapeutiche in grado di aumentare i livelli circolanti di Hdl possano essere utili nel migliorare il controllo metabolico nei soggetti con diabete”.

Abbassare e mantenere il proprio livello di colesterolo ad un valore “ideale” consente di ridurre in misura significativa il rischio di gravi malattie cardiovascolari. Ma tale valore non è uguale per tutti ed è tanto più basso quanto più esistono altri fattori di rischio.

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